In ordine al ricorso avverso la decisione della Commissione Territoriale per la Protezione Internazionale, proposto dal richiedente il quale abbia ricevuto un diniego totale delle proprie domande, la riforma legislativa del 2017 ha previsto la sussistenza necessaria di una valutazione collegiale del caso presentato dinanzi al Tribunale: il legislatore ha individuato il nuovo rito come applicabile sempre ed in ogni circostanza in cui il richiedente asilo abbia impugnato la decisione della Commissione Territoriale ex art. 32 d.lgs n. 25/2008, a prescindere dal tipo di richiesta formulata nel ricorso ex art. 35 presentato dal difensore dello stesso.
In tali casi, lo stesso difensore potrebbe anche essersi limitato a richiedere soltanto la protezione umanitaria o il permesso temporaneo per casi speciali, potendo sottintendersi la propria rinuncia rispetto alla richiesta di rifugio politico o di protezione sussidiaria.
Invero, il rito collegiale è strettamente correlato, nel testo normativo, unicamente e direttamente all’oggetto del ricorso, che altro non è che l’impugnazione della decisione della Commissione Territoriale e certamente la sua applicazione non risulterebbe essere, in alcun modo, subordinata dall’ampiezza della domanda formulata in ricorso.
Da una ragionata ricostruzione del sistema, si riesce ad intravedere, con sufficiente chiarezza, come il legislatore abbia tenuto conto della notevole connessione esistente tra la procedura amministrativa di primo grado dinanzi le Commissioni per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e la procedura giudiziaria di impugnazione dinanzi al Tribunale, la quale non può che considerare, ai fini della definizione della «controversia in materia di riconoscimento della protezione internazionale» (art. 3, comma 4-bis, dl n. 13/2017), l’assoluta ampiezza e rilevanza dei risultati fluenti dal colloquio del richiedente sulla domanda di protezione internazionale, dunque ricomprendendo la totalità delle ragioni che hanno indotto lo straniero ad abbandonare il proprio Paese e le reali circostanze di vita che lo stesso si troverebbe a dover sfidare in caso di rimpatrio.
Risulterebbe dunque assolutamente ragionevole ritenere che la locuzione «protezione internazionale» adoperata nel comma 4-bis dell’art. 3 dl n. 13 possa riferirsi all’elemento maggiore (rifugio politico e protezione sussidiaria) per comprendere ragionevolmente anche il minore (protezione umanitaria o casi speciali).
Detto ragionamento permette all’interprete supremo, qual è il giudice, di potere conoscere della domanda senza i limiti tipici del petitum di matrice prettamente civilistica, potendo razionalizzare la domanda di revisione della decisione della Commissione anche in assenza di richiesta precisa del difensore (quindi, un ricorso ai fini del riconoscimento di una protezione per casi speciali potrebbe essere valutato dal giudice nel senso della concessione di una protezione anche sussidiaria o internazionale), importando unicamente che la decisione sia stata impugnata per un risultato diverso.
Il giudice decide sulla impugnazione, potendo, all’interno del suo potere, oltrepassare i limiti della domanda del difensore.
Invero, non avrebbe molto senso obiettare che, qualora il legislatore si riferisca alla protezione internazionale, intenda unicamente lo status di rifugiato oppure la protezione sussidiaria; ciò perché la norma di cui all’art. 3, comma 4-bis, dl n. 13/2017, conv. in legge n. 46/2017, compie un chiarissimo e lapalissiano riferimento alle “controversie in materia di riconoscimento della protezione internazionale di cui all’art. 35 d.lgs n. 25/08”, le quali sono direttamente collegate alle varie decisioni di cui al precedente art. 32, tra le quali vi è anche quella prevista dal terzo comma, ovverossia la trasmissione degli atti al questore per il rilascio di un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie.
Ed invero la stessa Corte di Cassazione, più volte (non ultima la pronuncia n. 14998 del 2015), ritiene che non debba essere necessariamente individuata l’indicazione precisa della domanda in tema di diritti della persona, essendo sufficiente che l’operatore del diritto abbia compreso che la situazione concreta sia stata configurata con circostanze tali da poter configurare la concessione della protezione internazionale o sussidiaria, naturalmente sostenuta da prove di un certo tenore, le quali, anche in relazione alla particolarità dei diritti in questione, possono essere introdotte perfino in corso di causa.